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Capitolo 1 – Cosa vuol dire e come reagiamo?

 

1. Cosa vuol dire e come reagiamo?

Introduzione

Ogni bambino, indipendentemente dal suo storia o dalle sue capacità, a volte può avere comportamenti difficili. Piangere, fare i capricci, rifiutarsi di fare qualcosa, isolarsi, essere aggressivo o persino chiudersi in se stesso sono tutti modi in cui le persone gestiscono lo stress e imparano ad affrontare situazioni difficili. I bambini neurodivergenti spesso mostrano una maggiore vulnerabilità alla perdita di autocontrollo. Per i bambini che si identificano o sono etichettati come affetti da disturbi dello spettro autistico, ADHD, disturbi dell’elaborazione sensoriale, dislessia o altre differenze neuroevolutive, questi comportamenti possono manifestarsi con maggiore frequenza e intensità. Questi bambini possono avere difficoltà a interpretare correttamente i segnali del proprio corpo, a comprendere i segnali ambientali o a orientarsi nel complesso mondo delle relazioni. Di conseguenza, sono più vulnerabili alle reazioni di paura e alla perdita dell’autocontrollo, cioè la capacità di gestire le emozioni e le azioni in base a quello che serve in una situazione.

 

Di solito, gli adulti reagiscono a questi comportamenti con strategie per tenere sotto controllo il bambino. Punizioni, ricompense, interventi in situazioni di crisi e rimproveri verbali sono tutti modi per cercare di frenare il comportamento esteriore senza affrontare il problema di fondo del bambino. Le ricerche recenti mostrano che questi metodi spesso non funzionano perché non tengono conto di come il sistema nervoso, la capacità di sviluppo e la sicurezza relazionale influenzano il comportamento.

 

Invece di concentrarci sul controllo, dobbiamo iniziare a vedere il comportamento come un modo di comunicare, un segnale che qualcosa nel bambino ha bisogno di attenzione. Un capriccio potrebbe non essere ribellione, ma un modo per chiedere aiuto agli adulti. L’isolamento potrebbe non essere pigrizia, ma un modo per proteggersi da stimoli troppo forti. Rivedendo il comportamento in questo modo, possiamo iniziare a sostituire le strategie di controllo con approcci che favoriscono la sicurezza, la fiducia e un percorso di sviluppo dalla co-regolazione all’autoregolazione.

 

Perché i metodi classici per controllare il comportamento dei bambini non funzionano?

Intervento in caso di crisi

Gli interventi in caso di crisi di solito succedono quando un bambino è già al limite: urla, picchia, scappa, piange senza controllo o si blocca. In questi momenti, il sistema nervoso del bambino è pieno di ormoni dello stress. Il suo cervello non pensa più in modo logico o cerca soluzioni, ma è in modalità sopravvivenza. Cercare di insegnare, ragionare, isolare o imporre conseguenze durante una crisi non funziona. Il bambino non è in grado di imparare lezioni o riflettere sulle proprie azioni. Il più delle volte, l’intervento dell’adulto aumenta la paura, facendo sentire il bambino ancora più insicuro. Ciò di cui il bambino ha più bisogno in una crisi non è la disciplina, ma una presenza calma e una regolazione esterna.

 

Premi e punizioni

Le ricompense e le punizioni partono dal presupposto che i bambini prendano decisioni razionali sul loro comportamento proprio come fanno gli adulti. Una tabella delle ricompense dice: “Se vuoi il premio, devi obbedire”, mentre una punizione dice: “Se vuoi evitare il dolore o la perdita, devi smetterla”. Ma questo modello non funziona quando il comportamento è guidato da reazioni fisiologiche involontarie. Un bambino sopraffatto dalle luci intense in una classe non può smettere di piangere solo perché vuole guadagnarsi un adesivo. Un bambino terrorizzato da rumori improvvisi e forti non può resistere alla tentazione di coprirsi le orecchie o scappare perché potrebbe perdere il tempo davanti allo schermo. È il suo sistema nervoso, non la sua decisione cosciente, ad avere il controllo. Le ricompense e le punizioni ignorano queste variabili fisiologiche nascoste e possono far sentire i bambini incompresi o trattati ingiustamente.

 

Comandi verbali

Molti adulti usano istintivamente comandi verbali per controllare il comportamento. “Smettila subito”, detto a voce alta, o un’espressione facciale severa hanno lo scopo di segnalare autorità. Tuttavia, questi segnali sono spesso interpretati dal sistema nervoso di un bambino disregolato come un aumento del senso di pericolo e minaccia. Anziché calmarsi, il bambino può intensificare la rabbia, tentare di fuggire o bloccarsi in preda al panico. Anche le lunghe spiegazioni o le ramanzine non servono a niente. Quando i bambini sono in modalità sopravvivenza, non riescono proprio a capire un linguaggio complesso. Le parole dette con tono duro o frustrato non fanno altro che aumentare la sensazione di pericolo del bambino, alimentando il ciclo di squilibrio.

 

Time-out e isolamento forzato

Il time-out è una strategia che si usa spesso a scuola e a casa, per dare ai bambini un po’ di tempo per riflettere e calmarsi. Ma per molti bambini, specialmente quelli con problemi di sviluppo neurologico o che hanno vissuto traumi, essere messi da parte quando sono in difficoltà può sembrare un abbandono. Il sistema nervoso del bambino vede l’isolamento come un rifiuto, aumentando la paura invece di ridurla. Invece di riflettere sul proprio comportamento o su quello che l’ha causato, il bambino potrebbe pensare di non essere voluto o amato quando è arrabbiato. Nel tempo, l’uso ripetuto del time-out può minare la fiducia del bambino nei confronti di chi si prende cura di lui e renderlo più incline a provare sentimenti di pericolo e abbandono.

 

Negazione dell’affetto e delle attenzioni

Negare calore, attenzione o affetto come punizione per un comportamento difficile viene spesso insegnato come un modo per incoraggiare l’obbedienza. In realtà, questo insegna ai bambini che l’amore è condizionato. Quando chi si prende cura di un bambino rifiuta di confortarlo quando piange o lo ignora di proposito dopo un capriccio, il messaggio che il bambino riceve è: “Sei degno di amore solo quando ti comporti come penso che dovresti”. Questo crea una profonda insicurezza e difficoltà nel valutare la realtà. Per i bambini che già lottano con l’autostima o la sensibilità sensoriale, tale rifiuto conferma la sensazione di essere difettosi o non amabili. Anziché motivare il bambino a cambiare il proprio comportamento, il ritiro dell’affetto approfondisce la vergogna e aumenta la probabilità di una futura vulnerabilità al senso di minaccia.

 

Cambiare il modo di pensare: dal controllo alla sicurezza

Per per molto tempo, i comportamenti difficili dei bambini sono stati visti soprattutto come problemi di forza di volontà, motivazione o disciplina. L’idea di fondo era che se un bambino si comportava male, stava mettendo alla prova i limiti, cercando attenzione o semplicemente rifiutandosi di obbedire. In questa prospettiva, il ruolo degli adulti era quello di riprendere il controllo – con fermezza, dando conseguenze esplicite o togliendo privilegi – finché il bambino non imparava a comportarsi “in modo appropriato”.
Ma i progressi nelle neuroscienze, nella psicologia dello sviluppo e nella pratica clinica hanno mostrato un quadro molto più complesso. Ora sappiamo che il comportamento non è solo una questione di scelta, ma spesso l’espressione visibile di stati interni di stress, paura e disregolazione. Quando i bambini si scagliano contro qualcuno, si isolano o si rifiutano di fare qualcosa, potrebbero non stare sfidando l’autorità, ma segnalando che il loro sistema nervoso è sopraffatto. Il loro corpo e la loro mente stanno comunicando: “Non mi sento al sicuro”.

 

La sicurezza non è solo l’assenza di minacce

Un cambiamento importante è capire che la sicurezza non è solo togliere il pericolo. Un bambino può essere al sicuro fisicamente, tipo seduto in una classe tranquilla, circondato da adulti che si prendono cura di lui, ma comunque sentirsi insicuro. Questa sensazione di paura non sempre corrisponde a quello che succede davvero. Invece, è influenzata dal sistema nervoso autonomo, che controlla sempre l’ambiente per vedere se ci sono segnali di pericolo o sicurezza. Questo processo, chiamato neurocezione, succede senza che ce ne accorgiamo.
Per esempio: l’espressione severa di un insegnante può far scattare in un bambino la reazione di lotta o fuga, anche se l’insegnante vuole solo trasmettere serietà. Il ronzio delle luci fluorescenti può essere fastidioso per un bambino sensibile, anche se gli altri quasi non lo notano.
Un cambiamento improvviso nella routine, come un insegnante supplente, può segnalare un pericolo a un bambino che dipende dalla prevedibilità per regolarizzarsi.
In ogni caso, l’adulto può credere che non ci sia “alcuna minaccia”, ma il corpo del bambino reagisce come se ci fosse. La vera sicurezza non è determinata dall’assenza di minacce esterne, ma dal fatto che il sistema nervoso del bambino percepisca e si senta al sicuro.

Dal giudizio alla curiosità

Quando gli adulti vedono un comportamento difficile come una disobbedienza intenzionale, la reazione naturale è giudicare: “Sta cercando di manipolarmi”, “È solo pigro” o “Sta cercando di farmi arrabbiare”. Questi giudizi pensano che ci sia un’intenzione dove magari non c’è. Il cambio di prospettiva ci invita a sostituire il giudizio con la curiosità. Invece di chiederci: “Come faccio a fermare questo comportamento?”, ci chiediamo:

  • “Cosa sta cercando di dire questo comportamento?”
  • “Quale paura, stress o esperienza sensoriale potrebbe causare questa reazione?”
  • “Di cosa ha bisogno questo bambino per sentirsi di nuovo al sicuro?”

Questo cambiamento stravolge tutto il clima emotivo. Invece di essere conflittuale – adulto contro bambino – diventa collaborativo, con adulto e bambino che lavorano insieme per ripristinare l’equilibrio e la sicurezza.

Il ruolo dell’adulto come co-regolatore

— Immagine di © Randy Faris/Corbis

 

 

 

 

 

 

 

Un altro aspetto importante di questo cambiamento è capire che i bambini imparano a controllarsi solo dopo che qualcuno li ha aiutati a farlo. I neonati hanno bisogno che chi si prende cura di loro li calmi con un dondolio, una voce dolce e un tocco delicato. Con il tempo, queste esperienze creano i percorsi cerebrali per l’autoregolazione. Allo stesso modo, quando i bambini più grandi sono in difficoltà, hanno bisogno della presenza calma di un adulto di fiducia che li aiuti a ritrovare l’equilibrio. Il ruolo dell’adulto non è quello di controllare, ma di calmare, rassicurare e impegnarsi in una regolazione reciproca fino a quando il bambino non è in grado di farlo da solo.

Cosa significa per la pratica

Questo nuovo approccio chiede a tutti quelli che lavorano con i bambini e ai genitori o chi si prende cura di loro di ripensare a come interpretano e reagiscono ai comportamenti. Significa smettere di usare metodi che aumentano la paura, come urlare, isolare o punire, e passare a strategie che creano fiducia e sicurezza. Significa anche dedicare tempo a capire le differenze individuali, il profilo sensoriale, di sviluppo e relazionale unico di ogni bambino.

In fondo, il cambiamento di prospettiva è tutto su come trattare meglio le persone. Invece di vedere i comportamenti difficili come qualcosa da eliminare, li vediamo come un segnale, un indizio di quello che sta succedendo nel corpo e nella mente del bambino. In questo modo, ogni capriccio, ritiro o atto di sfida diventa un’occasione per creare un legame, rafforzare la resilienza e aumentare la fiducia.

 

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